Frightened Rabbit @ covo

Covo, Bologna, 13 novembre 2010

Pubblicato da Frequenze Indipendenti

 

 

“Chi ha i denti non ha il pane”

© francesca sara cauli - All rights reserved

Sabato 13 novembre andiamo al Covo con la sensazione di essere in fase di riscaldamento per l’appuntamento del martedì successivo a Milano per i National. Non ci sono molte aspettative per il live dei Frightened Rabbit, solo l’intenzione di ascoltare un paio d’ore di onesta musica dal vivo, senza pretese d’eccessiva originalità. A distanza di una settimana, o poco meno, mi vien da pensare che chi non ha il pane ha i denti e viceversa. Il concerto ideale avrebbe fuso assieme la voglia e la carica del gruppo scozzese e le canzoni di Matt Berninger.

Di sicuro Scott Hutchinson, cantante dei Frightened, non si è risparmiato, già dal primo minuto, dall’apertura di Things, brano dell’ultimo album in studio, The Winter of Mixed Drinks. Confida, sudando per il caldo e per l’energia che sprigiona sul pur minuscolo palco del Covo, che in Italia c’erano già stati qualche anno prima, di fronte a dieci persone. La sera del 13 non c’erano le duemila dell’Alcatraz, ma almeno duecento di sicuro. Scott Hutchinson canta come l’Adam Duritz più ispirato e intenso, le due chitarre di Billy Kennedy e di Andy Monaghan crescono di volume e compattezza in Old Old Fashioned, dal precedente The Midnight Organ Fight, accompagnate dalla batteria del fratello di Scott, Grant Hutchinson, non certo raffinata, ma incalzante e coinvolgente. Il problema dei Frightened è che dopo mezz’ora si ha l’impressione di aver già sentito tutti i pezzi. Gli arrangiamenti, per quanto caratterizzino, sono fin troppo monocordi, la costruzione delle canzoni ripercorre sempre lo stesso copione, riuscito senza dubbio, ma alla lunga monotono.

Il pubblico, probabilmente per metà d’oltremanica, si lascia comunque trasportare, si scatena quando dal microfono si sente “è sabato, potete anche ballare”, come a sottolineare la voglia e l’esigenza di rendere il concerto una festa.
I due bis, The TwistThe Loneliness and the Scream, sono la degna conclusione di un live tutto sommato piacevole, tirato e pieno, Scott gronda di sudore ma sembra contento. Ci fermiamo a bere una birra, in fondo alla sala. Dopo mezz’ora li vediamo passare, strumenti ed amplificatori alla mano, e caricare da soli il furgone sul quale si spostano. Martedì, a Milano, c’erano due autobus immacolati solo per accogliere i cinque membri dei National, un Tir per caricare luci, schermo e strumenti del gruppo di Brooklyn. Nemmeno per staccare il jack dalla chitarra, si sono sporcati le mani. La differenza forse sta tutta qui. Chi ha il pane, chi ha canzoni che fanno gridare al capolavoro, si è dimenticato di cosa voglia dire guadagnarsi un palco con fatica ed entusiasmo, di cosa voglia dire sgombrarselo, quello stesso palco. Gli altri, quelli che lo stesso pane non riescono ad averlo, ci mettono tutto l’impegno per compensare mancanze compositive e l’entusiasmo di chi ha la consapevolezza di essere in ogni caso fortunati per il solo fatto di poter essere su un palco spoglio, di fronte a duecento persone soltanto.
Marco Spanghero (testo)
Francesca Sara Cauli (foto)

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Qua il set completo su Flickr.

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